Ultima modifica: 26 Novembre 2020
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La nostra Francesca vola alto come l’aquila!

 

E’ con grande orgoglio che festeggiamo il successo della nostra studentessa Francesca Betto della 3^C della Bellavitis 2.0, anno scolastico 2019/2020, fresca di licenza, che ha vinto il primo premio nella sezione scuole secondarie di 1^gr. del concorso letterario “Lo sguardo dell’aquila” promosso dall’UTI delle Valli e delle Alpi Friulane con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.  Il concorso si inserisce all’interno del Festivalgiovanidolomiti che promuove una serie di iniziative per avvicinare i giovani alla montagna e far loro scoprire l’inestimabile tesoro delle nostre Dolomiti.

Da giovane autrice Francesca si è cimentata in un testo che doveva far risaltare la bellezza delle Dolomiti, riconosciute patrimonio mondiale dell’Umanità. La sua prosa elegante, il linguaggio forbito, la capacità descrittiva che con sapienza riesce a disegnare nella mente del lettore il paesaggio delle nostre amate montagne hanno conquistato la giuria, unitamente alla profondità del messaggio che quest’adolescente riesce a dare ai suoi scritti. Applaudiamo il suo talento, con l’augurio che lo voglia coltivare fra i tanti impegni di studio che la nuova scuola superiore le richiede. E’ un testo nato in tempo di lockdown, quando rifugiarsi nella scrittura permetteva l’evasione e viaggi in quelle mete vicine o lontane che ci erano proibite. Se volete viaggiare insieme a lei, gustatevi la lettura e immergetevi nella bellezza delle Dolomiti!

DOLOMITI, BELLEZZA SENZA FINE

di Francesca Betto

“È il crepuscolo e tutto si prepara per la notte incombente. L’eco del fitto vociare della gente che
pervade i sentieri è scomparso e solo in paese si sente ancora il leggero tramestio di folla che sale
dalla valle andando sempre più a disperdersi nell’aria.
Il crepuscolo illumina con gli ultimi raggi della giornata il cielo, un tripudio di colori che si fanno
via via più scuri. Le nuvole, scaricate della loro pioggia, offuscano frammenti di atmosfera e la luce
gioca con i loro fantasiosi contorni uscendo con linee di luce perfette e rossastre. Sulle cime tutta questa bellezza si riflette come in uno specchio e la pietra si colora di tutta la potenza che scaturisce dagli ultimi attimi del dì.
Lì, sulla cima centrale delle vette di Lavaredo, volteggia solitaria un’aquila reale possente che ritorna dal pomeriggio di caccia. Sovrasta per un attimo le vette, il vento le scompiglia le piume marroncine e il petto bianco latte e in un attimo il rapace scompare dirigendosi verso il tramonto con un grido che squarcia in mille frammenti il paesaggio e crea la strana impressione che stia cadendo nell’immensità di quel tramonto.
Il vento si sposta sempre più velocemente, si scontra bruscamente con la pietra dei monti, che ne deviano il corso, eppure non si arrende e continua la strada percorrendo il versante del massiccio. Il vortice si sposta ai piedi del monte scompigliando la chioma verdeggiante dell’erba fitta, che stilla piccole gocce d’acqua sospese sulla punta dello stelo, adesso destate dall’aggressività del vento.
Nell’aria si diffonde un profumo di erba e fiori, mescolato alla soffice frescura che la notte sta portando con sé piano, senza alcuna fretta.
Alcune marmotte sono ancora impegnate a gironzolare da un posto all’altro del prato dissestato, ma alla vista del sole morente si allertano l’un l’altra con squittii decisi e melodiosi. Nel loro discorso complesso si organizzano e scompaiono goffamente nell’intrico di tane che si estendono sotto il terreno. Dopo che l’ultima coda è entrata all’interno dell’apertura seminascosta dal masso, il prato si fa silenzioso.
Nel frattempo, il vento si fa strada scendendo progressivamente, incontrando così i primi abeti compatti e svettanti verso altezze sempre più vertiginose, per assicurarsi un po’ di luce. Gli aghi si scontrano, creando un fruscio rigido e assordante con l’effetto di un’orchestra che inizia a suonare a diverse battute, ma in una sincronia unica e stupenda.
La tempesta d’aria si fa largo tra i robusti tronchi degli abeti possenti, rovina sul legno verde di muschio e seghettato dalla corteccia rovinata dalle unghie di piccoli predatori. Qui, all’interno del cuore più oscuro del bosco, convivono due stili di vita: quello di chi si aggira tra cespugli e piante ingombranti e quello di chi serpeggia tra gli alberi, attraversando i robusti rami che si protendono fino a incrociarsi. Lassù si spostano agili scoiattoli con la bocca colma di ghiande e la coda folta e svettante in un equilibrio perfetto e coordinato in una danza continua e leggera, una corsa verso casa. In lontananza, si sentono i richiami delle ultime rondini montane, puntini neri e veloci in un 
continuo svolazzare verso il nido dei piccoli affamati e in attesa del pasto di un giorno fruttuoso.
Il vento, prima forte come una tormenta, adesso si affievolisce sempre più, ostacolato dai numerosi tronchi che non gli lasciano via di fuga: ad un certo punto, l’ultimo soffio arriva all’orecchio della lince, un predatore temibile e affascinante allo stesso tempo, che stava riposando con le orecchie sempre all’erta a fianco di una grande sporgenza del terreno. Si desta dal suo sonno, sbadiglia, spalancando le feroci fauci armate da denti aguzzi e protendendo le zampe folte davanti a sé, arcuando poi la schiena con naturalezza. Si guarda indietro verso i suoi cuccioli, ancora ignari della vita e immersi in un profondo torpore. Comincia a raccoglierli uno a uno per la tenera collottola e,
con la tenerezza che solo una madre può avere, li sposta nella prominenza più buia e nascosta. A questo punto, annusa l’aria abbassando e alzando alternativamente le fini narici; con passo felpato e leggero la pelliccia ondeggia seguendo il passo cadenzato, mentre si avvia verso la caccia. I rotondi occhi gialli sono impressionanti e percepiscono ogni singolo filo d’erba e ogni minimo movimento. L’odore la porta in direzione di una modesta radura in una zona interna del bosco. Dopo aver svoltato un tronco più grosso degli altri, li scorge nitidi seppur in lontananza: un branco di cervi sta brucando l’erba dopo il calare del sole, protetti nell’oscurità da qualsiasi presenza umana. I fieri maschi protendono altezzosi le corna che coronano il capo in un intrico indistruttibile. I piccoli del
gruppo trotterellano a fianco delle madri con il muso abbassato a terra. In assenza di vento l’odore della lince non può arrivare subito al naso sopraffino dei cervi e questo il predatore lo sa. Così, rallenta misurando ogni passo con cura e precisione, senza produrre alcun rumore, arte appresa dopo anni e numerosi fallimenti. Passano così i minuti e alla fine la lince, dopo essere giunta al folto dell’erba ed essersi appiattita al suolo, si sposta al centro esatto della radura, di fronte al branco posto sul limitare del bosco. Tale fermezza di spirito è conosciuta solo dagli adulti, infatti la lince adocchia subito un piccolo esemplare di poche settimane. Si prepara: orecchie diritte, zampe posteriori in tensione pronte allo scatto e parte inferiore del busto alzato per un migliore slancio.
Passano alcuni secondi di attesa e, all’improvviso, un cervo alza di scatto le prominenti corna in allerta e contemporaneamente, come sbucata dal terreno stesso, la lince spicca un salto di alcuni metri e chiude la distanza tra lei e il cucciolo. Il branco, spaventato, scatta verso il bosco tra versi di terrore: i più piccoli faticano a capire cosa stia succedendo e partono con una manciata di secondi di ritardo che a uno di loro risulta fatale. Dopo neanche un minuto la lince trasporta con sé trionfante la preda per il collo mozzato, diretta verso la tana e i cervi con un ultimo sguardo alla radura si allontanano in una corsa vertiginosa verso l’ignoto.
Nel frattempo, nei pressi di un lago dall’acqua plumbea e calma, si allargano dalla riva piccole onde concentriche che indirizzano lo sguardo verso un’elegante volpe dal pelo rosso fiammante, quasi una macchia luminescente nel nero scuro della notte. All’udire i gemiti spaventati e gli zoccoli potenti che creano vibrazioni sulla terra, la leggiadra volpe alza istintivamente il capo in allarme con gli occhi fissi davanti a sé nel vuoto, ma le orecchie in movimento continuo alla ricerca dell’origine del suono. Finito tutto quel baccano, rilassa i muscoli con un’aria annoiata, fa un giro 
su se stessa e torna al sicuro tra il fitto bosco.
A poco più di un metro di distanza dalla riva del profondo lago, si estende un modesto bacino lacustre ricoperto di foglie marroni e umide: sopra di esse si rilassano piccole rane montane circondate da altre che con la testa fuori dall’acqua galleggiano con il fragile corpicino abbandonato nell’acqua nella completa calma e pace”.
Tacque, aprì gli occhi e mi guardò come se si aspettasse qualcosa da me.
Quel giorno si era seduto sulla sua solita poltrona di legno e paglia, incrociò le braccia con fare serio e mi chiese di venire davanti a lui e sedermi a terra, vicino al camino.
Io già non avevo nessuna voglia di andare in vacanza dai nonni in quel posto sperduto del mondo che erano le Dolomiti, figurarsi ascoltare le storie di qualche famoso avventuriero o animale epico di quei posti! Non dico che non fosse un posto magnifico, ma il punto è che non mi interessava minimamente e mio nonno, nonostante tutte le mie suppliche di lasciarmi in pace, insisteva a raccontarmi quanto fossero magici quei boschi e quelle montagne che lui amava tanto. Io stavo benissimo nel mio appartamento a Milano a giocare alla play in streaming con i miei amici o in
piazza il sabato sera a divertirmi con il mio seguito di ragazzacci.
Avevo appena finito la prima liceo, potevo finalmente respirare e allontanarmi dalla scuola e fare quello che mi piaceva di più: non fare niente per tutto il giorno e rilassarmi. Invece, il fato volle che mia mamma si stancasse di vedermi costantemente in rete e con il cellulare sotto il naso e la soluzione che trovarono i miei genitori fu di spedirmi dai miei lontani nonni in Friuli, a Cimolais, sulle montagne, senza rete fissa, lontano dai miei amici, dai social, senza mezzi di comunicazione, eccezion fatta per il telefono del secolo scorso che nessuno usa. Le uniche telefonate erano quelle dei miei genitori che volevano sapere se ero ancora vivo o meglio se riuscivo a sopravvivere.
Quel fatidico mattino, il nonno aveva cominciato a parlare a raffica di tutti quei paesaggi ed episodi di un bosco, credo non poco lontano da qui, se l’antica cartina della zona non sbaglia: fu il discorso più lungo che sentii fuoriuscire dalle sue labbra da quando lo conoscevo. Rimanemmo per un bel po’ a fissarci negli occhi, io con uno sguardo perplesso e allo stesso tempo di compatimento. Era certamente bella l’immagine che aveva dato della natura e dei suoi abitanti, ma al contempo sapevo benissimo che cercava di impartirmi una lezione: farmi capire che la vita non si trova dietro uno schermo piatto, ma è là fuori, in quel mondo a cui lui era tanto legato. Mi osservò attentamente per percepire ogni singolo movimento dei miei occhi e dei miei muscoli per capire cosa pensassi e,
ovviamente, non gliela diedi vinta. Dopo un po’ mi stancai, mi alzai da terra e mi avviai verso le scale, con l’intenzione di dirigermi nella camera degli ospiti e sbattere la porta ribadendo, così, il fatto di non voler essere disturbato. Il tempo di arrivare davanti alle scale e mio nonno disse in un tono che non ammetteva repliche:<<Vai a prepararti! Tra mezz’ora partiamo.>> Io aprii la bocca per ribattere, anche se non avevo la più pallida idea di dove si potesse portare un ragazzo senza speranza come me, ma il vecchio alzò una mano e, nonostante fosse di spalle, quel gesto mi fece così soggezione che serrai le labbra senza nemmeno un sospiro.
<<Quando arriveremo all’interno del bosco, non parlare e cerca di non fare troppo rumore camminando sulle foglie secche>> mi ammonì il nonno, prima ancora di varcare la porta di quella catapecchia antica di legno che i miei nonni chiamavano casa.
<<Respirare è consentito nella tua spedizione inutile?>> ribattei sfrontatamente con tono ironico.
<<Non troppo rumorosamente, quindi cerca di farlo soprattutto con la bocca e, cosa fondamentale, assicurati sempre di camminare controvento, quindi non allontanarti da me.>> aggiunse senza prendere in considerazione che la mia era una battuta per dirgli implicitamente quanto poco me ne importava.
Quando aveva detto che saremmo partiti, io non pensavo che bisognasse preparare due zaini di svariati chilogrammi ognuno, una tenda compatta, due sacchi a pelo, due scomodi impermeabili, panini, pasta fredda, carne essiccata e frutta per due o tre giorni, cinque bottiglie da tre quarti di litro, bussola magnetica, binocolo, carta geografica stropicciata e un vestiario di ricambio per una passeggiata! Tuttavia la cosa più sconcertante fu che il nonno era così folle da volersi avventurare nel bosco con predatori potenzialmente pericolosi senza alcun telefono o mezzo di comunicazione in caso di emergenza!
Cercai nuovamente di oppormi: niente da fare.
Così cominciò la mia prima escursione in alta montagna. Innanzitutto prendemmo sentieri asfaltati, quindi a ridosso della strada, poi ci inoltrammo tra i pascoli, in mezzo a prati verdi spesso usati per l’allevamento di puzzolenti e grosse mucche che ruminavano senza sosta l’erba. A volte ci trovammo a camminare a ridosso di pareti rocciose da cui nascevano piante che superavano le leggi della fisica, fuoriuscendo da piccole crepe nella roccia. La giornata era calda e cominciai a sudare già dopo un’ora di camminata, quindi mi misi intorno alla vita la giacca sotto lo sguardo di
disapprovazione di mio nonno; sembrava che ogni cosa che facevo non andasse bene, primo fra tutte il modo in cui mi muovevo: lo trovava troppo goffo. E dire che sono il miglior centrocampista della squadra di basket!
Svoltato un angolo, mi trovai di fronte un paesaggio mozzafiato: una cima della montagna che si ergeva in lontananza al termine di una stretta e lunga valle, come se un valente architetto l’avesse progettata per far risaltare quella vetta in tutta la sua maestosità in una corona di luce. La roccia della cima era intagliata ad opera d’arte, come se l’avesse modellata uno scalpellino e non gli agenti atmosferici. Era strabiliante il modo in cui la natura riusciva a creare un equilibrio così perfetto!
Distolsi lo sguardo solo all’arrivo di un’auto che stava per venirmi addosso.
Dopo numerose deviazioni e dopo aver attraversato due vaste aree di erba alta, arrivammo al limitare di un gruppo di alberi che si estendeva per un più vasto territorio rispetto ai boschetti che avevamo incrociato lungo la strada e ci avviammo lungo la pista dissestata da ciottoli e zolle di terra che si inoltrava in quel bosco.
Man mano che ci inoltravamo nel fitto degli alberi, non riuscivo a non dare un’occhiata in giro: il sole, ormai alto nel cielo, dominava cocente il sentiero e in alcuni tratti i raggi si facevano strada tra rami e foglie protesi verso l’esterno: ho provato ad un certo punto a mettermi sotto un intrico di rametti e, alzando lo sguardo, quel gioco di luce per qualche motivo mi affascinava. Poi mi voltai verso gli altri alberi e vedevo le ombre che si allungavano sul suolo di foglie ed erba verde mosse dal fievole vento che le trasportava in un elegante volteggio. All’improvviso, scorsi una piccola creaturina grigia e nera dal becco fino e affilato: si guardava in giro e a volte si puliva le piume con 
fare sbrigativo.
<<Picchio muraiolo, è raro vederli quaggiù>>
Sobbalzai all’affermazione sussurrata del nonno che nel frattempo si era avvicinato, ma subito dopo continuò il cammino.
Io corsi per raggiungerlo. Più avanti gli alberi si facevano ancora più fitti e circondavano la pista ponendola in ombra come una galleria naturale. Prestando più attenzione intorno a me, mi accorsi che c’era anche un mondo che non vedevo, ma sentivo: piccoli uccelli nascosti chissà dove creavano una sinfonia scomposta di cinguettii sempre diversi che comunicavano da una parte all’altra del bosco. Poi si sentì uno sciame d’api che arrivò invisibile all’improvviso e, altrettanto istantaneamente, scomparve con un ronzio decrescente. In un tratto di strada si allargava anche una
grossa pozzanghera fangosa, all’interno della quale si notavano solchi nel terreno umido che assomigliavano a degli zoccoli.
<<Caprioli in cerca d’acqua: è da un po’ che non piove e devono cercarla dove possono>> disse il nonno leggendomi nel pensiero in un sospiro.
<<E se provassimo a vederne uno?>> chiesi io innocentemente, ma capii dall’occhiata del nonno che avevo detto una sciocchezza bella grossa o semplicemente non avevo il diritto di dire niente.
Continuammo così per tutto il giorno: per pranzo ci fermammo in una vasta radura che ci aprì la vista a un panorama fantastico che si estendeva oltre al prato ancora ricoperto di rugiada e abitato da tantissimi insetti che saltavano da uno stelo all’altro in una danza senza fine. Si potevano vedere gruppi di roccia spoglia, cime di una catena montuosa che si estendeva oltre a dove lo sguardo umano potesse arrivare. E pensare che a Milano l’unico paesaggio che potevi vedere dall’alto ero lo skyline di grattacieli e inquinamento della città e pensavo che fosse anche carino con le sue modeste montagne! In mezzo alla radura poi si ergeva un grosso albero, ma non avrei saputo dire di che specie fosse; ci stendemmo lì per mangiare per poi proseguire nuovamente per la nostra gita. Mio nonno continuava a mantenere il suo solito mutismo.
Durante il pomeriggio non ci avventurammo in salita, ma percorremmo strade perpendicolari alla montagna, finché non arrivammo a uno spiazzo di terreno sgombro e fu lì che mio nonno, senza una parola, cominciò a piantare la tenda: tirò fuori il pacchetto tutto piegato che doveva poi aprirsi in un largo pezzo di tela, ma per qualche ragione fui io a doverla sistemare. Non ero spaventato dal fatto di dover dormire nel bosco, ma mi suscitava una certa inquietudine quel buio assoluto in cui l’unica fonte di luce era il fuoco che accendemmo con dei fiammiferi. Durante la notte non riuscii a dormire nello scomodo sacco a pelo e poi, quando il nonno cominciò a russare, capii che in ogni
caso non avrei chiuso occhio. In quelle ore rimuginai sui paesaggi che avevo visto e non riuscii a rimanere indifferente di fronte a tanta bellezza.
Dopo alcune ore, il nonno si destò di colpo dal suo sonno e, con una velocità che non gli avrei mai attribuito, si alzò, si preparò per uscire con la macchina fotografica e il cavalletto in mano. Io non riuscii a dire niente: ormai ero quasi abituato alle sue stranezze, ma mi disse sempre sussurrando <<Che fai lì fermo come un allocco? Andiamo, forza!>>.
Alla luce di un fiammifero e con un accenno minimo di alba, ci dirigemmo nel fitto della vegetazione, senza seguire né piste né cartelli. Ad un certo punto, ebbi paura di dove stessimo andando, ma mi rincuorò il fatto che il nonno conoscesse quei posti come le sue tasche, almeno lo speravo.
Dopo un’ora di cammino, arrivammo sopra una sporgenza del terreno e ci fermammo improvvisamente: a un metro dai nostri piedi cadeva un dislivello abbastanza alto che lasciava, però, intravedere il sentiero sottostante. Posizionata la macchina sul cavalletto, mio nonno si sedette a terra e mi chiese così piano che dovetti chinarmi <<Secondo te, perché non ci sono turisti?>>. Non avevo minimamente pensato a questo particolare e rimasi allibito senza rispondere.
<<Oggi vedrai il motivo per cui la natura è magnifica e perché amo tanto questi monti. Un assaggio l’hai avuto ieri, adesso arriva il gran finale. Mettiti alla macchina e scatta, saprai tu il momento.>>
Io non ribattei ed eseguii l’ordine con il cuore in gola.
Aveva pienamente ragione: dopo una mezz’ora vidi, in mezzo alla vegetazione, in un punto lontano, ma ben visibile attraverso lo schermo ad infrarossi della macchina, una grossa macchia scura che si muoveva con estrema calma. La vedevo in obliquo, ma per guardarsi intorno si mise di profilo vicino a una roccia con un incavo coperto da radici ed edera. Scattai. La figura si mosse verso quella che sembrava la tana e con un verso che arrivò molto flebile a me, piccole figure identiche uscirono dal nascondiglio.
Era l’immagine di un grande esemplare di orso femmina che ritornava dai suoi cuccioli, dopo aver perlustrato la zona. Li leccò uno ad uno, quelle piccole creature dal pelo liscio e morbidissimo, dei predatori così temibili eppure così belli e fragili al contempo. Scattai ancora una volta, ma alla fine l’unica cosa che riuscii a fare era commuovermi davanti a una scena così tenera e rara.
Da quel giorno sentii che la mia vita sarebbe rimasta legata per sempre a quei luoghi e coltivai la passione per gli animali e le piante. Ogni anno aspettavo ansiosamente l’inizio dell’estate per tornare ad esplorare zone sempre nuove di quello scrigno di tesori che erano le Dolomiti. Finiti gli studi, feci domanda come guardia forestale e mi accettarono.
Ora sono ancora qui dopo cinquant’anni a raccontare alle nuove reclute questo aneddoto della mia vita e a promettere solennemente a me stesso che custodirò e diffonderò nell’animo degli uomini, fino a che potrò, questa bellezza senza fine.