Ultima modifica: 8 Febbraio 2018
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Ricordando un uomo Giusto

Il 31 gennaio io le la mia classe siamo andati alla sala J. da Ponte per incontrare il figlio di un italiano che durante la Seconda guerra mondiale ha salvato moltissimi ebrei: Franco Perlasca. Ci ha fatto vedere un documentario che spiegava cosa aveva fatto suo padre: Giorgio Perlasca.

 

L’incontro organizzato dal gruppo alpini di Marchesane è stato introdotto dall’Assessore Oscar Mazzochin. 
E’ poi cominciato in modo molto teatrale: una donna è andata sul palco con un leggio e ha cominciato a leggere delle pagine tratte dal diario di Anna Frank; con una musica triste di sottofondo  che rendeva l’atmosfera cupa, il che dava ancora più peso e “sostanza” ad ogni singola parola che diceva la lettrice. Quei momenti sembravano non finire più, non perché non mi piacevano, ma perché l’atmosfera che si era creata aveva sviluppato una situazione in cui mi ero immerso e mi immedesimavo in ogni cosa che diceva la donna: dalla vita nel rifugio alle deportazioni degli ebrei dalle case.

Quando finì, arrivò Franco Perlasca, che, dopo una breve presentazione, fece partire un documentario molto interessante: in questo video avevano anche intervistato Giorgio Perlasca, il quale aveva spiegato bene la sua storia. Lui era un commerciante per una ditta di carne e, durante la guerra, era arrivato in Ungheria, dove poté vedere tutte le atrocità che venivano commesse contro gli ebrei: dall’isolamento nei ghetti ebraici alle deportazioni nei campi di concentramento. Quest’ultimi venivano chiamati “campi di lavoro”; termine in parte veritiero perché lì facevano lavorare gli ebrei in condizioni disumane, e quando diventavano inutili, ovvero si ammalavano gravemente,  o soffrivano di malattie psichiche venivano mandati nelle camere a gas e morivano lì: da questo: “campi di concentramento  o di sterminio” appunto.

In Ungheria c’era il palazzo dell’ambasciata spagnola e Perlasca aveva un bel piano in mente: usare, per togliersi dai guai, la lettera di riconoscimento che gli era stata data quando aveva combattuto nell’esercito spagnolo e che garantiva l’aiuto incondizionato della Spagna qualora Perlasca lo richiedesse.

Arrivato al palazzo riuscì a vedere l’ambasciatore e così chiedere scongiurandolo di farsi fare un passaporto finto per poter andarsene dall’Ungheria. Stava andando via quando un pensiero lo colpì: tornò indietro e si offrì come volontario per proteggere gli ebrei nelle case protette spagnole, che, pur essendo tali e intoccabili, erano soggette, certe volte, a degli attacchi tedeschi per deportare gli ebrei. Passò molto tempo con questo incarico, rischiando la vita per queste persone.

Arrivò però un momento in cui l’ambasciatore dovette andarsene dall’Ungheria e quindi tutte le case protette non valevano più come rifugio, e di conseguenza i tedeschi potevano deportare i residenti. Perlasca non si scoraggiò e disse una grandissima bugia: si finse vice ambasciatore spagnolo.

Grazie a questa identità salvò gli ebrei fino a che Vajna, un folle assetato di sangue, decise di portare tutti i residenti delle case protette spagnole nel ghetto comune, e successivamente appiccare un incendio. Perlasca tentò di convincerlo a cambiare idea e ad arrendersi, ma non ci fu verso, e quindi giocò la sua ultima carta, nonché bugia: disse che, se avesse maltrattato i cittadini ovvero i residenti delle case protette, tutti i 3000 cittadini ungheresi  che vivevano sul suolo ispanico sarebbero stati internati e i loro beni confiscati; tutto ciò non era vero,ma così di certo Vajna non si sarebbe fatto una bella reputazione.

Dopo un paio di giorni un delegato di Vajna arrivò e disse che il suo capo aveva un telegramma da spedire a Madrid per firmare gli accordi che non avrebbe bruciato tutti gli ebrei che erano nel ghetto. Ormai era incastrato: se avesse inviato il telegramma a Madrid sarebbe scoppiato un caos totale; quindi decise di far passare il telegramma per Berna, dove era residente Sans Briz, l’ambasciatore che se ne era dovuto andare dall’Ungheria. Quando vide il foglio proveniente da Budapest, capì tutto e firmò. Arrivò a Vajna un telegramma che confermava e assicurava tutto.

Il 16 gennaio le truppe sovietiche invasero Budapest e liberarono il posto. Nel documentario c’erano delle testimonianze degli ebrei sopravvissuti a quel giorno che spiegavano  tutto il caos che si era creato e dei soldati che  avevano loro salvato la vita. 

Quando finì il documentario non sapevo che dire: ero impressionato per tutto quello che aveva fatto Giorgio Perlasca e i tedeschi, ed ero anche “soddisfatto” perché mi ero gustato meglio la storia avendo letto un po’ del libro che riguardava quello che Perlasca aveva vissuto.

Quando le luci si accesero Franco Perlasca salì sul palco e chiese se c’erano domande. Capii molte cose grazie alle domande: ad esempio sapevo che quando Perlasca era tornato a casa non aveva detto nulla,  non aveva parlato per 45 anni! O meglio, aveva parlato di quello che vedeva a Budapest, ma non di quello che aveva fatto. Infatti, se non fosse stato per delle donne ungheresi di religione ebraica, la sua storia sarebbe stata persa per sempre.

Difatti i signori Langer erano riusciti ad avere un incontro a casa sua. Quando cominciarono a raccontare tutto quello che era successo durante la seconda guerra mondiale Franco cominciò a capire le grandi cose che suo padre aveva fatto. 

 

Nell’incontro, i due ospiti regalarono a Giorgio tre oggetti che erano riusciti a salvare quando i tedeschi avevano tentato di deportarli: una tazza, un cucchiaio e un medaglione; era giusto che li tenesse lui, come ricordo della libertà ottenuta….

Il suo silenzio fece diventare Perlasca un Giusto, ovvero una persona che quando fa qualcosa di eroico, non ne fa parola con nessuno, nemmeno con la propria famiglia. Questo è quello che distingue eroi da giusti; infatti gli eroi si vantano delle azioni che fanno, i giusti no. Ovviamente quando lo si venne a sapere, Perlasca fu intervistato ovunque, gli furono dati premi ed ebbe incontri con grandi autorità. Egli riuscì a salvare più di cinquemiladuecento ungheresi di religione ebraica, rischiando la vita, opponendosi alla legge ingiusta ed assurda di quel tempo.

Ora mi chiedo: uomini così esistono ancora?

Franco Perlasca mentre firma la copia de "l'uomo invisibile" per la Scuola Giusto Bellavitis 2.0

Franco Perlasca mentre ci firma la copia de “L’uomo invisibile”.

Si darebbe la vita per la famiglia, per un figlio, per un amore, per un amico… ma per gente che neppure si conosce ci si comporterebbe così? Oltretutto di religione diversa dalla propria?

Ha parlato il cuore di Giorgio

 Perlasca, egli ha agito salvando vite umane, indipendentemente da razza o religione, un vero grande Uomo che ha saputo dire di “no” alle ingiustizie del governo tedesco.

Mi sento onorato di aver potuto conoscere il figlio (ed aver avuto il suo autografo!), apprezzandolo anche nella lettura del libro dove ho provato ad immergermi in quel periodo orribile, cercando di trovare il “perché” di questa  tragedia. Il “perché” purtroppo non l’ho ancora trovato, ahimè…

Leonardo Querini 3^C